Londra: ogni casa, un quartiere, un trasloco

Fine Luglio 2004. A due settimane dalla discussione della tesi, eccomi arrivare a mezzanotte all’aeroporto di Ciampino con in mano il biglietto di sola andata per il volo Ryanair delle 6.40 che avrebbe portato me e la mia amica a Londra.

Per evitare l’alzataccia a chi ci avrebbe accompagnate all’aeroporto, avevamo deciso di passare la notte nella sala d’attesa dello scalo romano, non facendo però i conti con alcune questioni tecniche: il tempo di scaricare le valigie, di ripetere a mia madre che non sapevo dirle quando sarei tornata e di vedere i miei andare via, che il militare in piedi vicino all’ingresso ci sbarra la strada: “Non potete entrare. L’aeroporto è chiuso“.

Io e la mia amica ci guardiamo perplesse e poi realizziamo che non avremmo passato la notte da sole: sul prato c’erano altri ragazzi che si erano già organizzati con tanto di coperte ed asciugamani. Ci uniamo a loro e trascorriamo le prime due ore a sederci prima sull’erba e poi sulla valigia per sopravvivere all’umidità, fino a quando ci siamo dovute alzare di corsa per l’accensione dell’impianto di irrigazione. Passiamo le altre due ore sedute sul marciapiede, questa volta abbracciate alle nostre valigie, in compagnia di Matt, un giovane medico di Cardiff, il quale stava rientrando a casa dopo tre mesi di tirocinio a Roma e che qualche anno dopo scoprirò essersi trasferito in Australia.

Arriviamo a Londra e inizia un anno e più di avventure, nuove case, nuovi amici e traslochi miei e di altri, fatti raramente in macchina, più spesso con i mezzi pubblici, con le valigie e gli scatoloni pesanti da portare da una parte all’altra della città ogni tre-quattro mesi.

E dopo un po’, salire su un bus con la tavola da stiro con dei grossi fiori rosa sotto al braccio diventa una cosa normale.

Arnos Grove

Non ho mai sentito questo bel quartiere dell’estremità nord della Piccadilly Line come casa mia.

Non so dire se dipendeva dal fatto che è stato il primo e, quindi, l’ho vissuto nel periodo in cui albergava in me ancora la sensazione di essere una turista a Londra o se la condizione privilegiata di essere ospite di una famiglia – di amici di parenti di amici – me lo ha fatto vivere come un luogo di passaggio verso uno step successivo di indipendenza e responsabilità.

O forse solo perché era troppo lontano dal centro e non riuscivo ad immaginarmi troppo a lungo in quel posto o anche perché, oltre alle belle case dal grande giardino, le macchine familiari parcheggiate lungo i vialetti, l’Arnos Park con l’enorme viadotto di mattoncini e i suoi 34 archi, le luminarie che ricoprivano la casa dei nostri vicini indiani dopo mesi dal matrimonio della figlia che faceva molto Natale in Australia, Arnos Grove è un sobborgo benestante senza una forte personalità.

Dopo un primo periodo in quella casa, in cui si parlava greco e il week end si sperava di non dover mangiare per cena il piatto tipico cipriota di turno – puntualmente malriuscito – era arrivato il momento di togliere le tende e trasferirsi da un’altra parte.

East Ham

Probabilmente agli occhi di un europeo è uno dei quartieri più brutti di Londra, nonché, secondo i numeri, uno dei più poveri dove l’alto tasso di disoccupazione gli regala il 4° posto per la zona con il più alto livello di abitanti disoccupati, appunto, di tutta la Gran Bretagna.

Ma per me, la High Street di East Ham, affollata di sari colorati, hijab e kurta pijamas che entravamo ed uscivano dai negozi di casalinghi tutto ad un pound e dai grandi magazzini di abbigliamento scadente, tra le urla dei predicatori animisti, i profumi delle spezie e l’odore acre delle macellerie halal e del fritto del Kentucky Fried Chicken, e tra i quali mia madre, unico puntino biondo ben vestito era riconoscibile a chilometri di distanza, era casa mia e io mi ci sentivo dentro.

East Ham è il quartiere delle casette a schiera di mattoncini scuri, con le cataste di mobili vecchi davanti alle porte, del pub di quartiere dove andare per il sunday roast, il grande leisure center dove tutti i nostri amici lavoravano part time, delle bancarelle con la frutta e la verdura mai viste prima a prendere la polvere sul marciapiede, del tossico che ti chiede puntualmente il biglietto usato al tornello della metro, delle baby-madri che salgono sul bus con carrozzina e altri due pargoli a seguito, delle baby-gang che ti urlano contro mentre cammini pacificamente per strada per il solo gusto di spaventarti e ringrazi che non ti abbiamo anche svuotato la borsa, dell’imparare ad avere anche due occhi dietro la testa quando rientri a casa la sera perché mentre cammini per la High Street deserta hai la sensazione che quelle poche persone che vedi siano dei criminali che stanno aspettando proprio te.

East Ham è anche il barbecue del sabato pomeriggio mentre il vento trasporta i cori del vicino West Ham Stadium ad Upton Park, di Ray che corre in casa per sfuggire dalle grinfie di un altro gatto e che ti lascia un topolino sul tappetto per dimostrarti che anche lui, ogni tanto, veste i panni del cacciatore. East Ham è la casa delle buste stracariche della spesa dalle quali arriva il profumo del pollo take away – perché quello dello Asda è the best chicken in town – e dalle quali esce sempre una bottiglia di vino cileno o australiano – quello italiano è meglio si sa, ma costa un po’ troppo – e i nostri bicchieri si uniscono in un basalamati corale e ripetuto mentre si prepara la cena; la casa delle scivolate giù per le scale coperte di moquette, del pavimento in soggiorno di finto laminato – di plastica – e di quello del bagno di finta ceramica – anche qui di plastica -, delle lunghe telefonate con Kabul, dei giorni di attesa per un ritorno, della televisione accesa sempre sulla BBC; delle foto sbiadite di un passato tanto diverso che ritraevano bambini con la matita nera attorno agli occhi, dei racconti sull’invasione russa, su quanto sono belli il Kazakistan e l’Uzbekistan, delle 6 lingue parlate di cui riuscivo con orgoglio a carpire qualche parola.

East Ham è stata la casa dell’amore, dell’orgoglio e delle furiose litigate; delle feste improvvisate per qualcuno che arriva, qualcuno che ha trovato lavoro, qualcuno che ci viene a far visita, perché ci va di bere e di mangiare, perché Francesca se ne va.

Clapham Junction

Nel frattempo la mia amica con la quale ero arrivata era tornata in Italia, ma qualche mese dopo era atterrata a Londra un’altra mia vecchia conoscenza.

Dopo aver girato con lui, entrambi alla ricerca di una nuova stanza da prendere in affitto, e aver visitato squallide topaie abitate da altrettanto squallidi soggetti, finalmente trovo per me una bellissima ex Council House di due piani con il pavimento di legno vero e due coinquiline italiane niente male.

370 sterline al mese più un terzo di bollette per una stanza larga quanto il letto e il sottoscala come armadio mi sembrano ben spese. Adoro questo appartamento: luminoso, col balcone pieno di piante, una cucina moderna, due bagni, il giardino condominiale.. di cui non ho mai usufruito. E la fermata del bus sotto casa che in meno di mezz’ora mi porta in ufficio.

A meno di una settimana nella nuova casa, vengo svegliata da urla e pentole che finiscono sul pavimento e poi il silenzio: al rientro da lavoro, scopro che le altre due coinquiline non andavamo poi così d’accordo e quella che aveva in affitto la stanza più grande aveva deciso di andarsene portandosi via anche i soldi della cassa comune e il padellame che in mattinata aveva lanciato addosso a Tiziana.

Siamo rimaste in due e stiamo una favola. Il quartiere è bello, vivo, pieno di negozi e locali, Battersea Park è a due passi, dal treno vedo la Power Station e i bei palazzi di Lambert, e Tiziana, con i suoi 20 anni di vita londinese, è la guida perfetta per scoprire gli angoli più nascosti di questa città e capire gli aspetti più particolari della sua società. Ogni tanto viene qualcuno a vedere la stanza libera, ma sembra un po’ troppo cara per tutti, tranne per un uomo croato, amico dalle landlady che vive nel suo paese d’origine grazie all’affitto di quel bell’appartamento, il quale cercava una sistemazione per una sua amica, che sarebbe arrivata a Londra da li a breve.

Qualche giorno dopo, mentre siamo al pub vicino alla stazione di Clapham, ricevo la telefonata dal numero di casa nostra: era la landlady che, partita in macchina da casa sua col compagno, aveva buttato giu la porta e ci aveva preparato le valigie. All’amico croato l’appartamento era piaciuto tanto, e tutto. Seguono denunce, deposizioni e un altro trasloco: Tiziana finisce sul divano di amici a Gloucester e io torno a East Ham, trascinando le mie due valige in metro, esattamente un anno dopo dal mio arrivo a Londra, in giorni terribili per l’intera città.

Il 13 settembre 2005 mi vede impegnata a preparare una delle due valige per un altro trasloco: quello che mi porterà di nuovo in Italia.

L’altra, piena delle cose che non riuscivo a portami dietro, è rimasta nella cantina di quella casa di East Ham.

Francesca

Francesca

Amante del caffè in tutte le sue forme, l'importante è che sia rigorosamente senza zucchero. Expat seriale. Innamorata del mondo in ogni sua sfumatura e latitudine, ha perso il cuore in Africa, ma finisce col cercarlo sempre in altri posti. Ne parla poco, ma ha un debole per Londra e il Medioriente.

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