Ubud, dove la natura è arte

A soli 30 km dalle spiagge di Kuta, nel cuore verde dell’isola, Ubud è il crocevia dalle due principali strade di Bali, la Jalan Raya Ubud, che la percorre da est a ovest, e la Jalan Weara, che l’attraversa invece da nord a sud.

Centro nevralgico della cultura, Ubud concentra in se tutte le forme dell’arte balinese: pittura, intaglio su pietra e su legno, danze tradizionali e batik.

Sempre alla ricerca di itinerari alternativi, chiediamo a quello che ormai era diventato il nostro “procura-driver” di fiducia – conosciuto per caso (un caso per noi, ma non di certo per lui) davanti all’ingresso del nostro hotel – di portarci ad Ubud e lasciarci in un punto in cui fosse possibile accedere al fiume Ayung.. to have a walk in to the jungle!

The jungle.. ok! ripete il ragazzo alla guida, trattenendo un sorriso tra il divertito e il perplesso, ma la sua forte timidezza gli impedisce di fare domande. Ci porta a destinazione e, mentre scendiamo dall’auto, ci consiglia di seguire il sentiero lungo il muro proprio dietro le nostre spalle. Dopo avergli dato il nostro numero di cellulare, ci avviamo, ma pochi passi più avanti ci rendiamo conto di essere nel cortile di una casa. Abbiamo bisogno di altre indicazioni: fortunatamente la padrona di casa ci indica di nuovo la via.  Iniziamo a scendere verso il fiume: si sente in lontananza il rumore dell’acqua, ma non riusciamo a vederlo ancora.

Ci rendiamo conto di essere nel mezzo di un campo coltivato, ma sembra che nessuno abbia notato la nostra presenza.

Passiamo accanto un chioschetto di canne, sotto la cui ombra due donne e una ragazzina si stanno riposando mentre mangiano qualcosa. Ci guardano, sorridono, ci salutano e continuano a parlare tra di loro.

Proseguiamo seguendo il percorso d’erba calpestata, sicuri che ci avrebbe portato alla meta, ma poco più avanti ci ritroviamo nel bacino d’acqua di una piccola risaia e a pochi metri da uno spaventapasseri che ci sbarra la strada.

Mentre inizio ad interrogarmi sulla possibile presenza di serpenti velenosi e a cercare conforto nelle parole di Mister (il quale risponde ovviamente che è del tutto probabile che ce ne siano), decidiamo di tornare indietro, ma riusciamo a fare solo pochi passi: siamo confusi, troppi percorsi che sembrano portare nel nulla.

Torniamo ancora più indietro fino a ritrovare le donne incontrate poco prima: chiediamo loro indicazioni, capiscono dove vogliamo andare, ma noi non capiamo loro in quanto parlano solo balinese.

Dopo essersi consultate, una delle due donne e la ragazzina accettano sorridenti di accompagnarci per un pezzo.

Iniziamo a scendere verso il fiume in fila indiana, le nostre due cicerone avanti a noi non smettono di ridere e parlicchiare tra loro. Mentre realizzo che sono scalze e mi tranquillizzo quindi per la storia dei serpenti, mi rendo conto che dietro di me c’è l’altra donna, che si è unita alla spedizione e sta ridendo anche lei.. Bene, in tre per accompagnare due occidentali persi in un risaia, riderei anch’io!

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Finalmente la vista sulla valle del fiume si apre ed è sublime.

Il verde della vegetazione è lussureggiante, le palme altissime padroneggiano sulla riva opposta, il sole si riflette nelle acque che in quel tratto finiscono la corsa tumultuosa e avvolgono enormi pietre tondeggianti.

Ci sediamo per qualche minuto sulla riva del fiume ad ammirare lo spettacolo davanti a noi, mentre il silenzio viene interrotto ogni tanto dagli applausi di chi ha appena raggiunto il punto di arrivo di una discesa di rafting.

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Proseguiamo la nostra passeggiata verso sud seguendo il sentiero che costeggia il fiume senza una meta ben precisa: incontriamo il salto di una diga, qualche casetta di contadini nascosta tra la vegetazione ed un bellissimo ponte sospeso che permette di attraversare il fiume.

Sull’altra sponda, complice la stessa guida lonely planet che anche noi  teniamo in mano, ci sentiamo chiamare hey, strangers! da una simpaticissima australiana,  che poco dopo scopriremo essere una cantante lirica innamorata dell’Italia e che fino a qualche anno  fa sognava un amore veneziano che le preparasse la pizza tutte le sere, prima di trasferirsi ad Amsterdam e accontentarsi di sposare un bellissimo giovanotto olandese, evidentemente con qualche anno meno di lei.

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Salutiamo i nostri amici e ripercorriamo al contrario il chilometro e mezzo che  manca al ripido sentiero che si inerpica fino alla strada principale, che riusciamo a risalire con gran fatica e tanta stima per le donne balinesi che, ancora una volta, ci danno prova della loro enorme ed inaspettata forza fisica, superandoci a passo spedito mentre trasportano sulla testa un grosso sacco di caschetti da rafting.

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Troviamo il nostro driver li ad aspettarci, che ci accoglie con un’espressione di evidente sollievo – il nostro giro nella giungla l’aveva messo in uno stato di seria agitazione che ancora non mi spiego – il quale ci chiede se, dopo la visita al Palazzo Reale, può portarci in un posto al quale non dovremmo rinunciare.

E questo posto è Tegallalang Rice Field Terrace, un’attrazione gremita di turisti, ma alla quale davvero sono si può rinunciare. Una risaia maestosa, di un verde accecante, che scende ripida per poi risalire verso il cielo.

Camminare su e giù per i terrazzamenti è molto più semplice di quel che si pensi: i camminatoi sono stretti, ma comunque abbastanza ampi per camminarci speditamente e lasciar passare un’altra persona che si muove nella direzione contraria.

In dieci minuti si risale dall’altra parte della risaia da dove è possibile  ammirare la vallata e il paesino arroccato sul bordo opposto.

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La Sacred Monkey Forest è una riserva naturale la cui foresta è composta da 115 diverse specie di alberi, animata da centinaia di macachi a coda lunga, che cercano di portare via qualsiasi cosa sia a portata di mano, con particolare predilezione per bottiglie d’acqua, occhiali da sole ed, ovviamente, cibo di qualunque tipo.

Nel cuore della foresta, si erge uno dei tre templi, ormai fuso con la vegetazione circostante, quasi indistinguibile per via del muschio che lo ricopre.

Improvvise sculture in pietra di animali, mostri sacri e divinità, fanno capolino tra il fogliame e le radici e rivelano, con la loro maestosa presenza, il lavoro dell’uomo e la sua capacità di fondere l’arte con la natura.

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Ubud

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Francesca

Francesca

Amante del caffè in tutte le sue forme, l'importante è che sia rigorosamente senza zucchero. Expat seriale. Innamorata del mondo in ogni sua sfumatura e latitudine, ha perso il cuore in Africa, ma finisce col cercarlo sempre in altri posti. Ne parla poco, ma ha un debole per Londra e il Medioriente.

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3 thoughts on “Ubud, dove la natura è arte

  1. Un posto incantevole, provo una sana….si dice sempre così per non sembrare maleducati 😉 …. invidia per questi luoghi che è da un po’ che corteggio. Brava, questo blog mi piace. Abbiamo diverse cose in comune

    1. La mia sana invidia va invece al tuo Libano e poi alla Giordania e alla Turchia.. E’ vero, abbiamo diverse cose in comune, tra cui l’imbarazzo per la metro di Roma mentre saliamo su un vagone in qualche altra capitale europea- Grazie per l’apprezzamento. Anche il tuo blog è stata una bella scoperta!


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