Paese che vai..

Rientrata dal mio viaggio in Kenya, mi sono ritrovata a parlare con un collega delle difficoltà che si possono incontrare nel viaggiare al di fuori dell’Europa. Oltre ai vari disagi vissuti a causa della lingua, del clima e del cibo, Christian mi ha raccontato di quella volta in cui a Luxor un tassista si è approfittato di lui facendogli fare un giro assurdo per portarlo in un posto che in realtà si trovava poco lontano. Mentre ascoltavo il suo racconto, mi è tornata in mente la mia prima trasferta in terra elvetica..

Decidiamo di partire di venerdì, io mi sarei fermata fino alla domenica e lui sarebbe rimasto a Ginevra per lavoro tutta la settimana.

Sarebbe stato il nostro primo viaggio insieme e la nostra prima cena insieme.. (Cafè du Centre al 5 di Place du Molard, ovvero quella per noi è la piazza delle stelle: cucina tipica francese, ottimo pesce, prezzi medio alti – ma sfido chiunque a trovare un ristorante economico nel centro di Ginevra).

Prenotando in due momenti diversi, sfortunatamente non troviamo posto sullo stesso volo: arriveremo al GVA a distanza di un’ora l’uno dell’altra e, quindi, tutto sommato, non ci è andata così male.

Il 30 luglio del 2010, alle 19.30, il cielo di Roma decide di regalarci uno dei migliori nubifragi della storia della Capitale: mentre in centro le strade sono già allegate e il traffico in tilt, sulla pista dell’aeroporto di Fiumicino attendiamo comodamente seduti sul nostro aereo l’ok per il decollo. Do un’occhiata fuori e mi rendo conto che un’enorme nuvola nera sta passando proprio su di noi: nel giro di pochi secondi si scatena un temporale di una potenza inaudita.

Rimaniamo fermi per circa un’ora, poi, finalmente, vedo i primi aerei posizionarsi per il decollo e successivamente alzarsi in volo, tra fulmini e saette. La mia tendenza a dar fiducia al prossimo e alla capacità di far bene il proprio lavoro, mi aiuta a non preoccuparmi e a convincermi che “se in fin dei conti ci hanno autorizzato a decollare, significa che si può volare.. anche con questo tempo.”

Ginevra

Dopo poco più di un’ora sono al nastro in attesa della valigia. Controllo il telefono: ore 22.30, un messaggio da leggere: “Sono ancora a Roma. Credo partiremo tra poco.. Meglio che vai in hotel”. Nessun problema – penso – aspetto in aeroporto, tanto il tempo di prendere la valigia, farmi un giro e sarà qui.

In realtà il giro dei negozi si conclude abbastanza velocemente – non siamo di certo al Suvarnabhumi di Bangkok – quindi prendo posto su uno dei seggiolini della sala d’attesa degli arrivi, con un occhio puntato sul monitor e l’altro sulla porta scorrevole, che ogni tanto si apre per far uscire gruppetti sparuti di persone appena atterrate. Guardo l’orologio: 23.30. Bene, ci siamo quasi. Nel frattempo noto una signora che parla animatamente con un addetto alla security: provo a capire cosa si stiano dicendo ma, ahimè, non ho mai voluto imparare il francese. Lei indica all’uomo il monitor degli arrivi e poi si allontana abbastanza scocciata. Controllo anch’io il monitor: tutto sotto controllo, il volo da Roma sta per atterrare! E’ quasi mezzanotte. Squilla il telefono.. finalmente!

“Sono atterrato..”

“Sono qui fuori!”

“..a Lione. Ti avevo detto di andare in hotel!”         

LIONE?! In quel momento il mio cervello va in black-out. LIONE?! Ma dove si trova LIONE?! Il monitor mostra ancora l’aereo in arrivo!

“L’aeroporto di Ginevra a mezzanotte chiude, ci hanno dirottato su Lione. Prendi un taxi a e vai in hotel. Io ti raggiungo appena riesco a capire come muovermi.”

Dopo qualche secondo riesco a riconnettere la testa col resto del corpo. Tranquilla, non è la prima volta che devi muoverti da sola in una città che non conosci, dico a me stessa, ma subito dopo mi maledico per non aver dato un’occhiata alla cartina della città prima di partire e non avere, quindi, nemmeno una pallida idea di dove si trovi l’hotel rispetto all’aeroporto. Ricordo poi di avere solo quindici euro nel portafogli e una carta di credito che non mi fa prelevare! Vedi, la prima volta che viaggi con un uomo e già ti sei adagiata! Va bene, che sarà mai. Siamo in Svizzera: qui non c’è delinquenza, sono tutti ricchi ed onesti, tutti parlano inglese e tutti i taxi hanno il POS per la carta di credito.

Appena metto piede fuori dall’aeroporto vedo un tassista che si sbraccia nella mia direzione. Mi guardo attorno e realizzo che ce l’ha proprio con me. E’ sulla sessantina, con gli occhiali, pochi capelli e con la faccia simpatica – “poco svizzero”, aggiungerei – mi si avvicina e mi chiede se mi serve un taxi. Annuisco, gli mostro sul telefono l’indirizzo del mio hotel, Avenue Louis-Casai 82. Nel frattempo lui ha già preso la mia valigia e l’ha caricata nel portabagagli.

“Wait a minute. I don’t speak French..”

“No English. Español!” mi interrompe bruscamente.

Cerco di concentrarmi e supplico la mia memoria di aiutarmi: ho preso 28 in Spagnolo all’Università e questo è il momento giusto per metterlo in pratica! Peccato che da quell’esame siano passati quasi 10 anni e, complice la stanchezza, riesco a ricordare ben poco. Alla fine sembra che riusciamo a capirci comunque: non posso pagare con carta di credito perché il taxi non è munito di POS, non posso prelevare perché la carta è mezza smagnetizzata e ho solo quindici euro. Lui ha già chiuso il portellone del cofano e aperto la portiera per farmi salire.

Ginevra

Durante il viaggio in taxi gli racconto della mia piccola epopea, del fatto che è la mia prima volta a Ginevra e che non sarei dovuta essere da sola in quel momento. Lui sembra molto interessato e comprensivo e ride ad ogni mia battuta. Ogni tanto mi interrompo per guardare fuori: l’autostrada, poi la periferia, viali illuminati, poi di nuovo l’autostrada, di nuovo la periferia e piccole stradine semibuie costeggiate da grosse case unifamiliari. Mentre sto pensando a quanto grande sia Ginevra, il tassista si gira e mi chiede: “¿Cuánto?”

Quindici euro. Quince. UNO CINCO!”

“Eh, no basta!” mi risponde sorpreso.

Mi guardo attorno in preda al panico. Case e vialetti deserti. Solo case e vialetti deserti! Nessuna fermata di autobus. Il nulla. Guardo il tachimetro: siamo già a diciotto e spicci. Questo mi scarica qui adesso. Calma, calma, calma!

“I told you!” gli urlo contro.

Sperimentando una nuova forma di Esperanto, in un mix di italiano, inglese, spagnolo e due parole di francese, gli dico di portarmi in hotel, dove avrei chiesto di farmi addebitare il costo della corsa sulla carta di credito per farmi anticipare i contanti. So che in hotel non l’avrebbero mai fatto, ma l’importante era arrivarci: lui annuisce e continua a guidare.

Dopo pochi chilometri si ferma. Arrivati. Non é di certo l’Hilton, ma mi sento come se fossi arrivata a casa.

Il tassista scende con me, apre il portabagagli e tira fuori la mia valigia.

Gli dico di pazientare un attimo, giusto il tempo di entrare e parlare con qualcuno dell’hotel, ma lui scuote la testa, mi dice di dargli i soldi che ho. Scavo nel portafoglio per controllare se ho qualche euro in più ma mi fa cenno di lasciar stare, che gli spicci me li posso tenere.

Finalmente sono in hotel. Ho i crampi allo stomaco per la fame. Dopo il check in, chiedo alla receptionist se posso avere qualcosa da mangiare – anche della cioccolata o uno snack va bene – ma mi risponde che l’hotel non ha un angolo bar, il ristorante è chiuso e che se voglio comprare qualcosa da mangiare devo andare all’aeroporto.

DI NUOVO?! No grazie, sopravvivrò alla fame, ma non ad un altro giro in taxi!

Finalmente alle 4 di mattina, dopo più di tre ore di pullman da Lione e una breve corsa in taxi riusciamo a ricongiungerci.

“Aspetta un attimo.. breve corsa in taxi dall’aeroporto?”

“Si, certo.. sarà si e no un chilometro!”

“Guarda che ti stai sbagliando. Probabilmente ti sarai addormentato! “

Trascorriamo l’indomani girovagando a piedi per la città e mi rendo conto che non è poi così grande come mi era sembrata la notte prima. Internet mi da conferma che accoglie solo 194 mila persone – all’incirca 50 mila in più della mia città – quindi, in effetti, non è proprio una metropoli. Inoltre, realizzo che la moneta utilizzata non è l’euro – come ho fatto a non ricordarmene?? –   ma il franco svizzero, che vale poco più di 0.80 cents, quindi il 18 segnato dal tachimetro non erano 18 euro e che con i miei 15 euro avevo dato anche una piccola mancia al tassista!

Domenica ed è arrivato il momento per me di ripartire. E’ arrivato il momento di riprendere il mio trolley e percorrere a piedi quei 650 metri che separano l’hotel dall’aeroporto.

Francesca

Francesca

Amante del caffè in tutte le sue forme, l'importante è che sia rigorosamente senza zucchero. Expat seriale. Innamorata del mondo in ogni sua sfumatura e latitudine, ha perso il cuore in Africa, ma finisce col cercarlo sempre in altri posti. Ne parla poco, ma ha un debole per Londra e il Medioriente.

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2 thoughts on “Paese che vai..

  1. E’ stata una “bella” avventura in effetti. A parte la questione del cambio di rotta a Lione, relativamente al quale non si poter far nulla, ho imparato due cose: 1. non viaggiare mai senza contanti o quantomeno senza una carta di credito funzionante 2. la fregatura è sempre dietro l’angolo.. Adesso so! 🙂


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