Dai fiordi occidentali al sud: l’Islanda del ritorno [1° parte]

Sono stata in Islanda due volte e mentirei spudoratamente se adesso dicessi che non vorrei tornarci di nuovo.

Anzi, mentre sto provando a scrivere questo post la mia mente, invece di concentrarsi sulle parole da buttare giù, sta consultando il mio calendario immaginario per trovare uno spazio e dirsi finalmente “si, puoi prenotare un volo per Reykjavík!”.

C’è chi dice che esiste il mal d’Islanda proprio come per l’Africa, ma al di la delle definizioni, sono certa di un paio di cose.

La prima è che l’effetto è esattamente lo stesso. L’Islanda è qualcosa di talmente unico e misterioso da entrarti dentro fino alle viscere.

La seconda è questa: esistono persone che non partiranno mai per l’Islanda perché pensano che non sia un viaggio che faccia per loro, soprattutto per il freddo e questa apparente inconciliabilità tra viaggi estivi ed assenza di infradito, ma non conosco nessuno, e dico nessuno, che vi sia tornato senza essersene innamorato.

Probabilmente te l’ho raccontato già da qualche parte che questo ritorno in Islanda mi è stato spacciato per un regalo di compleanno – se non fosse che alla fine ho dovuto programmarlo io dalla A alla Z – ma la vera ragione erano loro, i pulcinella di mare, che da giugno agli inizi di agosto popolano le scogliere islandesi. Oltre alla voglia di scoprire alcune zone meno battute, è stata, quindi, questa spasmodica ricerca dei puffin a portarci anche su un paio di isolette.

Poi, volevamo vedere i fiordi occidentali – zona visitata solo parzialmente durante il primo viaggio – e provare a tornare in un paio di posti dove il maltempo, la volta precedente, aveva rovinato un po’ i piani. Tentativo riuscito nonostante abbia tirato giù tanta di quell’acqua che la pioggia incontrata ad agosto di due anni prima, a confronto, era rugiada di primavera.

Ne è uscito un itinerario un po’ pazzo, sopratutto negli ultimi due giorni, per i quali avevo deciso di tonare a sud ma senza un programma preciso. Alla fine sono stati probabilmente i più intensi ed impegnativi di tutto il viaggio.

Come ho già scritto, è proprio nella parte sud che secondo me si concentra il meglio dell’Islanda, ma a distanza di soli due anni ho visto un’area stravolta dal turismo, un enorme cantiere dove hotel di lusso con SPA e centri commerciali stanno spuntando come funghi lungo la Ring Road e quella sensazione di isolamento e riconciliazione con la natura che si avverte forte in tutta l’isola qui è sempre più labile.

Questa cosa è stata un po’ un’amara scoperta, anche se era del tutto prevedibile, come i prezzi per una stanza lievitati ulteriormente.

Complessivamente tornare in Islanda a giugno mi è piaciuto tantissimo, principalmente per 2 motivi:

• ci sono praticamente 24 ore di luce. Le giornate sono infinite e, nonostante la sensazione di spaesamento davanti all’orologio, sembra che non ci si stanchi mai. Per evitare la calca nelle zone più frequentate, non sarebbe una cattiva idea invertire il giorno con la notte ed andare in giro quando tutti dormono. Peccato averci pensato solo poco prima di ripartire. L’unico risvolto negativo potrebbe essere la difficoltà di dormire. In tutti i posti in cui ho alloggiato è stato praticamente impossibile raggiungere la semi-oscurità della stanza: la mascherina potrebbe essere l’unica vera soluzione, anche se durante i viaggi stanchezza fisica ed appagamento, per me, sono i migliori amici del sonno.

• ci credi se ti dico che l’Islanda è ancora più bella a giugno? E’ il periodo della fioritura dei lupini e si incontrano vere e proprie distese colorate di fiori con sfumature che vanno dal celeste chiaro al blu e al lilla. Sembra un dettaglio banale di fronte alle tante cose straordinarie e maestose che si incontrano in Islanda, ma è in assoluto la prima immagine che mi viene in mente tra i ricordi di questo viaggio. O sarà che qualcuno me li ha fatti trovare sul sedile della macchina il giorno del mio compleanno..

Dai fiordi occidentali al sud dell’Islanda: l’itinerario.

L’itinerario in sintesi:
1° giorno: Arrivo a Keflavík
2° giorno: Vogar (A) – Grabrok (B) – Hraunfossar e Barnafoss (B) – Hvítserkur (C) [234 km]
3° giorno: Hvammstangi (C) – Drangsnes (D) – Ísafjörður (E) – Súðavík (E) [354 km]
4° giorno: Súðavík (E) – Suðureyri (F) – Dynjandi – Brjánslækur [166 km]
5° giorno: Brjánslækur – Flatey (G) – Stykkisolmur (H) [traghetto]
6° giorno: Stykkisolmur (H) – Seljandsfoss – Hvolsvöllur [305 km]
7° giorno: Vestmannaeyjar (J) – Jökulsárlón (I) – Skogafoss – Hlíðarendi [604 km compreso traghetto]
8° giorno: Hlíðarendi – Keflavík [157 km]
Hotel
Ristoranti
Altre attrazioni

1° giorno: Arrivo a Keflavík

L’arrivo era previsto per il tardo pomeriggio, quindi ho prenotato un hotel non molto distante dall’aeroporto e ho fissato solo un appuntamento in agenda: tornare al Kaffi Duss di Keflavík per cena, dove fanno la zuppa di pesce più buona al mondo. E cosi è stato.

Per tutti gli hotel e i ristoranti, clicca sulle icone nella mappa: trovi dettagli ed opinioni.

Islanda

2° giorno: Vogar – Grabrok – Hraunfossar e Barnafoss – Hvítserkur

I crateri Grabrok e Gbrokarfell si trovano lungo la Ring Road. Dal piccolo parcheggio parte una scalinata in legno che sale sulla cima del cratere Grabrok: davvero bella la vista da lassù che abbraccia Grábrókarhraun, un’ampia zona interamente coperta da lava nel distretto di Borgarfjordur.

Islanda Grabrok

Hraunfossar in islandese significa «cascate di lava». Il nome trova la sua spiegazione nel fenomeno particolare che ne è all’origine: l’acqua scende dal ghiacciaio Langjökull ad una temperatura molto bassa, ma anziché scorrere in superficie si infiltra per circa 1 chilometro sotto uno strato lavico permeabile dove assorbe il calore del sottosuolo prima di risalire in superficie e tuffarsi nel fiume.

Questa cascata non è molto alta – probabilmente la maggior parte delle foto che trovi in rete ti trarrà in inganno – ma la sua bellezza consiste nei colori e le sfumature della roccia, in contratto con le venature bianche disegnate dall’acqua.

Poco distante si trova Barnafoss, ovvero «cascata dei bambini», da un incidente che si dice sia avvenuto qui in passato: un tempo, infatti, sopra la cascata si trovava un ponte da cui sembra siano caduti due bambini perdendo la vita. Dopo questo tragico avvenimento la madre dei bimbi convinse gli altri abitanti del luogo a distruggere il ponte.

Hvítserkur è uno di quei luoghi in cui eravamo stati e dove volevamo tornare: la prima volta, infatti, c’era una nebbia così fitta che questo bestione lo abbiamo scorto a malapena.

Hvítserkur Islanda

3° giorno: Hvammstangi – Drangsnes – Ísafjörður – Súðavík

Finalmente varchiamo la porta di Vestfirðir, la penisola dei fiordi occidentali. E’ una giornata stupenda, il meteo ci ha graziati e davanti ai nostri occhi si aprono panorami infiniti, colorati dal verde e l’azzurro più brillanti.

Nei fiordi occidentali non incontreremo campi di lava, spiagge nere, iceberg o paesaggi lunari ma tutti i chilometri di questa giornata saranno un susseguirsi di scenari indimenticabili.

Scenari di una bellezza selvaggia e disarmante.

Lagune, barene, isolotti con decine di foche a godersi la giornata di sole, cascatelle, chiazze di neve, distese infinite di lupini, strade tortuose e, sopratutto, montagne colossali, quelle dalla sommità piatta e i late drappeggiati, che nelle foto sembrano banali – come, probabilmente la mia descrizione – ma dal vivo sono impressionanti.

In questa giornata, nei fiordi occidentali, ci fermeremo miliardi di volte per fare miliardi di foto.

Islanda

La prima tappa è Drangsnes.

La strada costiera che si percorre per raggiungerla segue la linea del fiordo ed è quasi a livello del mare: lungo il bordo, in alcune zone, si innalzano piccole fumarole, rendendo tutto ancora più scenico.

Appena si entra in città – sì certo, è un eufemismo – si incontra ciò che spinge i visitatori ad arrivare qui: tre piscine – gratuite – alimentate con acqua geotermale, affacciate sul mare. Le docce si trovano di fronte, sull’altro lato della strada.

Ísafjörður è be-lli-ssi-ma e per capirlo devi guardare una sua foto presa dall’alto.

Con i suoi 2600 abitanti è la città più grande dei fiordi occidentali. Abbiamo passato qui la serata, mangiando al Tjöruhúsið, ristorante ospitato in un vecchio magazzino di pesce del 1781, dall’arredo nel caratteristico stile nordico e i grandi tavolini in legno da condividere con gli altri commensali: è una sorta di all-you-can-eat dove il menù ruota attorno al pescato del giorno, anche se i prezzi sono da ristorante stellato. E’ un posto che consiglio indubbiamente, si mangia davvero bene, ma se vuoi contenere il conto – il prezzo fisso dovrebbe aggirarsi attorno ai 45/50 euro a testa, quindi in linea con la media islandese – evita l’alcool, compresa la birra, altrimenti dovrai aggiungere almeno 20/30 euro on top.

Súðavík è il piccolo villaggio di pescatori, sede dell’Arctic Fox Center, dove abbiamo passato la notte.

Nei primi anni ’90, Súðavík è andata quasi completamente distrutta da una serie di valanghe in cui persero la vita diverse persone. La cittadina – case, attività commerciali e siti industriali – è stata ricostruita [new Súðavík] poco distante, in una posizione considerata più sicura, e le case sopravvissute a quel tragico evento [old Súðavík] oggi vengono affittate solamente nel periodo estivo ai turisti.

4° giorno: Súðavík – Suðureyri – Dynjandi – Brjánslækur

Suðureyri è un paesino che si raggiunge dopo una serie di tunnel scavati nelle montagne e una strada panoramica che si snoda lungo una laguna. Mi sono spinta fin qua giù per la curiosità di vedere un luogo nell’estremo nord dell’Europa abitato da appena 300 persone e che fino a vent’anni fa era collegato al resto del mondo solo via mare. Se si ha un po’ più di tempo da spendere da queste parti e ci si vuole immergere completamente nella sua atmosfera, a Suðureyri si può partecipare ad una battuta di pesca con la gente del posto o fare un tuffo nella piscina geotermale, nella quale anche quel giorno stavano guazzando 3-4 bambini nonostante il brutto tempo. Ultimamente si sta aprendo al turismo, quindi, nonostante le dimensioni ridottissime, ci sono un paio di guesthouse e di ristoranti.

Dynjandi è la cascata più famosa – nonché l’unica degna di nota – della Vestfirðir, ma, senza ombra di dubbio, è anche una delle cascate più belle di tutta l’Islanda.

Dynjandi, in realtà, non è una semplice cascata, ma è formata da ben 7 salti diversi per un totale di 100 metri di altezza: praticamente un immenso muro d’acqua la cui potenza è comprensibile solamente se lo si vede dal vivo. Nella maggior parte delle foto, infatti, ciò che viene mostrato è solo l’estremità più alta: comunque, anche se fotografata dalla base, nessuna immagine riesce davvero a rappresentarla.

Dynjandi cascate islandesi

Il programma della giornata prevedeva anche un ritorno a Látrabjarg, nell’estremità occidentale nonché punto ideale per l’osservazione dei pulcinella di mare, ma ricordavo la strada per arrivarci come la seconda peggiore percorsa due anni prima in tutta l’Islanda e, nel frattempo, il tempo era passato da brutto a terribile, quindi abbiamo deciso di andare direttamente a Brjánslækur, dove avremmo passato la notte.

Nei dintorni di Brjánslækur non c’è un granché da vedere, a parte Rauðisandur, una bellissima spiaggia lunga 10 km, probabilmente una delle poche in Islanda a non essere nera e a variare i colori  in base alle condizioni meteo dal bianco al rosso; Hellulaug, una piscinetta geotermale scavata naturalmente nella roccia; Birkimelur, piscina e pozza geotermale affacciate sul mare, alle quali abbiamo deciso di rinunciare – nonostante la tregua temporanea  concessa dal tempo – quando abbiamo visto, arrivando in auto, un paio di ragazzi tuffarsi dall’una all’altra completamente nature: non ce la siamo sentita di interrompere il divertimento e ce ne siamo andati. In compenso, siamo stati attaccati dalle sterne artiche mentre cercavamo di reimmetterci sulla strada principale.

Ho programmato di passare la notte a Brjánslækur perché il mattino seguente ci saremmo imbarcati sul traghetto per Stykkishólmur, fermandoci prima a Flatey, una piccolissima isola nella baia di Breiðafjörður, ma il resto te lo racconto nel prossimo post.

Francesca

Francesca

Amante del caffè in tutte le sue forme, l'importante è che sia rigorosamente senza zucchero. Expat seriale. Innamorata del mondo in ogni sua sfumatura e latitudine, ha perso il cuore in Africa, ma finisce col cercarlo sempre in altri posti. Ne parla poco, ma ha un debole per Londra e il Medioriente.

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